HOWARD SCOTT WARSHAW part 1 : Vita prima di Atari

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howard scott warshaw

 

Riguardavo E.T., il film del 1982 che fece guadagnare il pazzo cash a Steven Spielberg e mosse a compassione per gli alieni una manciata di generazioni. Il film che meritò una conversione videoludica da parte del giovane e promettente programmatore Howard Scott Warshaw.
Atari lo aveva incaricato dopo che il nostro aveva fatto gavetta sfornando due giochi per la console VCS. Uno diventa un classico immortale, e l’altro è la prima conversione cinematografica in assoluto di un’altro film di Spielberg – I Predatori Dell’Arca Perduta – che incassa benone e consolida con betoniere di calcestruzzo le fondamenta dell’immaginario nerd.
Altri tempi: negli anni ’80 sfornavi Yars’ Revenge e I Predatori dell’Arca Perduta ed Atari ti ricopriva di denaro portandoti con un Jet privato a parlarne direttamente con Spielberg, mentre a quest’ultimo si costruiva direttamente un deposito dove poter fare il bagno nei paperdollari; oggi lavori a The Last Of US o Zelda: Breath Of The WIld e sei solo un piccolo ingranaggio anonimo che prende i coppini dai colleghi davanti alla macchina del caffè.
Altri tempi: appunto.
Ma basta inveire con il pugno alzato alle nuvole come fa nonno Simpson.
Nelle intenzioni, Il videogioco di E.T. è quello che deve definitivamente consacrare Howard Scott Warshaw in Atari, è un’impresa oltre i limiti dell’impossibile in cui Howard deve dimostrare determinazione, carisma e abilità di programmazione ai limiti del sexy (è prevista una data di consegna ad appena 5 settimane dal giorno dell’ingaggio ), e lui deve reggere sulle spalle l’intero onere lavorando in crunch perpetuo sfoggiando acrobazie programmatorie estreme.
È, insomma, un lavoro che pare pensato per un robot determinato e inarrestabile tipo Schwarzenegger in Terminator.
Ecco. Ora non so se in Atari avessero realmente presente chi fosse Howard Scott Warhaw, ma così, dopo una prima occhiata, a me Warshaw non pare esattamente Schwarzenegger.
Warshaw non è duro e insensibile, né silenzioso e implacabile.
Warshaw, quello di quei tempi là, è atipico. E non lo è solo fisicamente – smilzo, barbuto, capellone, con la loquacità di uno stand-up comedian, l’esatto contrario a ribassissimo di Schwarzenegger – ma lo è anche come attitudine. Vabbè. Comunque è di sicuro un personaggio.
E.T, ve lo dico così, a occhio, mi pare che sia il suo peggior videogioco durante quegli anni di carriera in Atari: bassa intuitività del gameplay, giocabilità bloccata dal continuo precipitare del player nelle buche, e tutte quelle altissime aspettative inebriate dall’hype per il film che appena giochi il videogioco vanno immediatamente in pezzi come un vaso di coccio improvvisamente messo in mano a Chunk dei Goonies.
Warshaw, quello giovane di quei tempi laggiù, è comunque a suo agio con le sfide esuberanti ed emozionalmente intense: gli piace osare ( e anche fare il simpaticone), e gli piace ricoprire il ruolo di quello su cui non scommetteresti un cent e che, però, alla fine riesce a portare a compimento imprese impossibili guadagnandosi fama e un alone di misticismo.
E intendiamoci: non sto dicendo che fosse un brillantone, eh?! Ma certe cose gli venivano bene!
E la prova più lampante è proprio nel suo videogioco di E.T.

howard scott warshaw

Benvenuti e benvenute alla prima puntata dell’Extrateca dedicata a Howard Scott Warshaw.

Cominciamo col definire chi è Howard Scott Warshaw, ma proprio chi è lui-lui come persona.

Da bambino in età prescolare era già molto concentrato su quello che sarebbe diventato, perché una cosa sola sapeva nella vita, non voleva essere quello che era, ovvero: un bambino. Era un bambino che non voleva essere un bambino.
Voleva essere un vigile del fuoco, uno scienziato, un ufficiale di cavalleria, un astronauta, un ballerino, un pilota, un agente di polizia e, al limite, una figura molto simile a un intrattenitore. Infatti faceva spettacoli in salotto mentre gli adulti guardavano la tv, o almeno ci provava.
Urlava “Oh, guardate questo!” e nessuno si voltava. Lui urlava ancora e a quel punto gli dicevano: “Aspetta la pubblicità, Howard!”, che sarebbe una risposta ragionevole da dare in famiglia tranne che per un piccolo inconveniente, ad Howard piaceva guardare la pubblicità. Le pubblicità erano storie compresse che si adattavano alla sua limitata soglia di attenzione e lui le adorava.
Quindi, dicevo, Howard chiedeva a gran voce attenzione durante le trasmissioni televisive, cosa che non otteneva mai. Poi durante gli spot tutti si rivolgevano a lui: “OK, eccoci. Vediamo!” ma a quel punto ci andava LUI davanti alla TV per guardare gli spot pubblicitari, quindi c’era sempre questo fattore di frustrazione che si innescava tra lui e i suoi genitori. Non sapeva, il nostro Howard, che la frustrazione è una componente cruciale nella progettazione dei videogiochi. Potremmo quindi dire che stesse facendo una buona palestra in quei primi anni.

Gli sono sempre piaciute le parole e l’atto di parlare. Le parole sono il codice segreto per ottenere quello che si vuole, e lui ha sempre cercato di decifrare quel codice. Questo ha instillato nella sua vita il fascino per il linguaggio che sarebbe perdurato per un bel po’, tanto da portarlo a fare un colloquio di assunzione presso la National Security Agency per farsi assumere in qualità di creatore di codici/decifratore. Avviso spoiler: non lo presero.
Comunque, era una vita comoda crescere nella periferia del New Jersey, ma sapeva che non ci sarebbe rimasto per sempre. Ogni giorno andava alla cassetta delle lettere sperando di trovarci qualcosa dentro che lo lanciasse in un’avventura emozionante. Sapeva che il suo destino era altrove e alla fine su questo aveva ragione. Sapeva anche che non si sarebbe mai sposato, ma su questo non aveva ragione, ed era un ragazzo semplice. I suoi unici obiettivi al tempo erano:

  1. Frequentare la scuola elementare per raggiungere la scuola media.

2. Frequentare la scuola media per andare al liceo.

3. Frequentare il liceo per uscire dal liceo.

Quindi, almeno fino al liceo, la maggior parte della sua vita è stata dedicata a non fare gran ché se non arrivare al diploma. Certo, i suoi non erano obiettivi nobili, ma comunque erano obiettivi. E nel giugno del 1975 furono raggiunti. Howard si diploma.
Poi arriva il college. Le sue performance liceali sono abbastanza scarse da farlo rifiutare dalla maggior parte dei suoi college preferiti. Alla fine viene accettato dalla Tulane University di New Orleans. Howard non aveva mai creduto che il liceo avrebbe contribuito molto alla direzione della sua vita, ma il college, sì. Quello sì. Decide quindi di smetterla di scherzare e darci dentro seriamente con gli studi. Abbandona tutti i suoi interessi verso i corsi filosofici e decide di applicarsi in quelli accademici.

In poche parole, pianifica gli obiettivi:

Sceglie di specializzarsi in Economia e secondo voi come procede il suo percorso?

Grazie per la domanda, ve lo dico subito. All’inizio, nei suoi primi tempi da matricola, già pensa di cambiare università e accarezza il desiderio di andare all’Università di Chicago per conseguire un dottorato di ricerca in Economia.
Entro la metà del secondo anno è già schifato dall’economia: non può funzionare. Aggiungo una specializzazione in matematica, un po’ di teatro e un corso di informatica.
Alla fine dell’ultimo anno: No. Economia proprio non fa per me, ma c’è questa roba coi computer che è fantastica. Forse farò un rapido master in ingegneria informatica.
Durante il master in ingegneria informatica: Eh, però, non è male. Forse troverò un lavoro nel campo dei computer.
Esce dall’università e trova il suo primo vero lavoro In Hewlett-Packard : Mmmh, potrebbe funzionare, ma non lo so. Forse troverò qualcos’altro di più divertente da fare nel frattempo. Atari? Cos’è questa Atari?
Ecco. Io adesso vorrei richiamare la vostra attenzione sullo schema di pensiero di HSW. Non è mai sicuro di cosa voglia fare, ma è sicuro che quello che fa non è quello che vorrebbe fare. In pratica vuole sempre partire per andare da qualche parte, ma non ha idea di dove sia quel posto.

E quindi Com’è andata l’università? Abbastanza bene, in quei quattro anni se la cava egregiamente, tanto bene da convincere la Hewlett-Packard che assumere un tipo come lui fosse un buon investimento. Si trasferisce quindi nella Silicon Valley in California, e finalmente giunge per lui il momento di entrare nel mondo del lavoro ed essere l’adulto che aveva sempre desiderato essere. È l’età adulta baby, e sta facendo capolino, non puoi scappare per sempre!
Howard È tremendamente entusiasta di essere alla Hewlett-Packard. Lì dentro  assapora la vita reale, è il posto che ha sempre desiderato e per cui ha studiato duramente. In questo momento della sua vita è la passione legata al computer che lo spinge avanti, e lui è emozionato… beh, almeno all’inizio.
Sì, perché bene presto la gioia della programmazione informatica svanisce e Howard va in crisi.

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Alla HP Pensava di aver trovato la sua strada, la sua destinazione, la sua chiave per il regno. Aveva tutto adesso. Cristo, doveva essere felice, e allora perché non lo era? Ancora una volta è bloccato in un posto dove non sa esattamente cosa vuole, ma sa esattamente che quello che ha non è quello che vorrebbe.
Ecco che, alla Hewlett Packard, verso la fine del 1980, Howard vive il suo autunno della depressione; Al college aveva finalmente trovato una risposta alla vita abbandonandosi alle gioie per l’informatica, ma adesso quelle gioie erano sparite. La sua tristezza cresce esponenzialmente.

Poi, per una strana coincidenza, l’autunno della depressione si è trasforma in un inverno di resurrezione quando la prospettiva dei videogiochi inizia  a fare capolino e cattura la sua attenzione con un raggio traente. Durante una conversazione casuale con un collega, viene fuori l’argomento Atari.
Atari? Aveva visto i loro spot televisivi. Sapeva che producevano videogiochi, ma non li aveva mai considerati come un possibile posto di lavoro. La domanda era: perché doveva avere a che fare con i videogiochi?
Oppure era meglio chiedersi perché non avrebbe dovuto? Ma spetta… Aveva passato tutta la giovinezza a prepararsi per diventare un programmatore di videogiochi. Dopotutto, amava i giochi in generale ed era un ibrido tra inventore, analista di sistemi e intrattenitore, il curriculum perfetto per un lavoro che nessuno sapeva esistesse fino a qualche anno prima.
Il suo arrivo in Atari, quindi,  è stato sicuramente un nuovo inizio, ma anche la fine di una lunga ricerca. La ricerca del destino e della direzione. Una ricerca di identità e scoperta dei veri desideri. L’inizio di un modo molto diverso di pensare riguardo a ciò che costituisce il lavoro e gli ambienti professionali.

Per definire il lavoro in Atari l’aggettivo “Strabiliante” è il più efficace.

Iniziava un periodo memorabile, e il primo di molti giorni meravigliosi della sua vita…

FONTI
Il libro “Once Upon Atari” di Howard Scott Warshaw


Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arrivo su un cargo battente bandiera liberiana e mi installo nella cultura pop anni 80/90. Atariano della prima ora, tutte le notti guardo le stelle e aspetto che arrivino gli UFO.

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