Non smettere di crederci : La pazza storia del videogioco dei JOURNEY

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Oh, rieccoci alle prese con un videogioco arcade. Ve li ricordate, vero, i videogiochi arcade? Qui da me, nella premiata forneria di Atariteca, ne ho parlato diverse volte, collaborando strettamente anche con quelli che se ne intendono come appunto Mike di Arcade Story.
I videogiochi arcade li abbiamo conosciuti bene negli anni ’80. In quegli anni lì, due erano le forme di intrattenimento che dominavano la vita dei brufolosi: le sale giochi e il ROCK. Se eri bravo a fare una di queste due cose facevi i soldi a palate. Alla Bally Midway ci pensarono bene su e decisero di fonderle insieme, così potevano fare ancora più soldi. Presero una delle band più popolari in America all’epoca e gli ricamarono addosso la loro personale video avventura videoludica. Il risultato fu Journey, un gioco arcade che colpì il mercato rockeggiando un casino, ma venne dimenticato con la stessa velocità con la quale era arrivato. E adesso: musica!

Nell’America dei primi anni ’80, il gruppo musicale dei Journey ha raggiunto un livello di popolarità tale da oscurare quella degli M16. Grazie a una doppietta di album campioni d’incassi, Escape e Frontier, sgranocchiano dischi di platino come fossero caramelle.  Tra il 1981 e il 1983 la band è in tour permanente ed i loro video musicali godono di una rotazione regolare su MTV, osannati da un foltissimo pubblico.
Pensate, capitalizzando il successo i Journey registrano pure lo spot e il jingle per Budweiser, non so se mi spiego.

UBRIACHI di successo
Insomma, nel 1983 i Journey sono letteralmenete UBRIACHI di successo e decidono di cedere i diritti musicali e d’immagine a Data Age e Bally Midway in modo che questi due soggetti producano dei videogiochi a loro ispirati.
Mentre della versione casalinga se ne occupa Data Age rilasciando una versione per Atari 2600 che avrà scarsissimo successo, la Bally Midway mette mano al videogioco arcade e lo progetta mettendo al centro la band.
È così che Journey the videogame debutta nelle sale giochi nel 1983 e, credeteci o no, orde di fan con le tasche piene di spiccioli fanno la fila per giocarci.

Ma cosa ha di particolare questo videogioco arcade per riscuotere un simile successo? QUel’è la storia che ci racconta? Beh. IL PRETESTO©, perchè di pretesto bisogna parlare quando ci si imbarca in operazioni crossmediatiche come questa, sono dei crudelissimi alieni: i GROUPOIDS, che hanno rubato gli strumenti al gruppo sparpagliandoli per l’universo, e sta al giocatore, incarnando a turno i diversi membri della band, andarseli a recuperare su delle sperdute galassie.
Ovviamente, cinque membri della band = cinque strumenti smarriti su cinque galassie diverse, e una volta che il gruppo fosse rientrato in possesso degli strumenti ci sarebbe stato un mega concerto allo stadio galattico(cit.) durante il quale il giocatore avrebbe incarnato Herbie, ovvero il buttafuori della sicurezza che cerca di tenere i fan lontano dal palco. Ovviamente la cosa diventa in breve tempo ingestibile e i fan riuscono a salire sul palco rubando nuovamente gli strumenti al gruppo e facendo ricominciare tutto il gioco da capo, ma con un livello di difficoltà superiore.

journey

Ora, tralasciando la pezzenteria dei cinque minigiochi che si dovono affrontare per recuperare gli strumenti, voglio spostare la vostra attenzione sul fatto che ciascuno dei membri della band è ricreato visivamente attraverso la fusione dell’immagine digitalizzata della sua testa in bianco e nero con quella del suo corpo colorato e animato in stile cartoon. In pratica i memebri del gruppo sono riprodotti in versione bubble head cartoonesco con la testa in bianco e nero. Questa cosa è abbastanza simpatica e, appunto, pezzente, ma comunque unica nel suo genere considerando il fatto che gli omini fatti in quella maniera mostravano al giocatore una serie di espressioni facciali per trasmettere l’umore di circostanza.
Durante il gameplay, una rotazione costante delle loro canzoni di successo riprodotte in un’essenziale e scarna versione elettronica regalavano l’ascolto di classici intramontabili come “Don’t Stop Believin’ ‘”, “Wheel in the Sky” e “Chain Reaction“. Il tutto emesso dagli altoparlandi di un cabinato coloratissimo, progettato per riprendere il design della copertina del loro ultimo album dell’epoca: Frontier.

journeyCome detto prima, nel gioco gli strumenti musicali sono sparsi per l’universo su cinque galassie diverse. Per fortuna la band può raggiungerle grazie al proprio autobus spaziale dalla forma di enorme scarabeo. Il fatto che i cinque viaggiassero su uno scarabeo non è casuale. Lo scarabeo è  infatti l’insetto simbolo del gruppo e spessissimo compare sulle copertine dei loro album a questo, e l’intera lore del gioco accompagnata da questa specifica e particolare estetica lo fanno entrare di diritto in quella categoria da me identificata come: i videogiochi della droga.

Ma cosa ha di veramente particolare questo videogioco arcade? Beh. Dicevamo che una volta completate le sfide individuali recuperando i 5 strumenti, il giocatore riceve in premio un vero e proprio concerto, giusto? I Journey salgono sul palco ed eseguono la loro smash-hit del momento, “Separate Ways (Worlds Apart)“, ma lo fanno al massimo della resa audio per l’epoca grazie ad un vero e proprio riproduttore a nastro che suona la canzone dentro al cabinato. Ovviamente, che il riproduttore fosse la prima cosa che si rompeva nel corso della vita del cabinato era indubbio, per questo trovare un cabinato perfettamente funzionate era già difficile all’epoca, figuriamoci adesso nel 2022, ma quale modo più perfetto di così per concludere l’avventura, giusto?

Journey the videogame ha un successo straordinario negli Stati Uniti ma quel successo è indubbiamente drogato dal fandommismo dei suoi giocatori. Vivendo della popolarità momentanea del gruppo e incapace di ritagliarsi una propria identità, l’interesse per il videogioco dei Journey passa velocemente a causa della crisi dei videogiochi e dei mutamenti dei gusti musicali del suo stesso pubblico. Di conseguenza, le avventure arcade del gruppo finiscono quasi nello stesso momento in cui ebbero inizio.
Adesso ci si ricorda di questo videogioco con lo stesso tipo di nostalgia e imbarazzo con le quali si ricordano le felpe della Best Company, per dire, però malgrado gli stessi membri della band lo disconoscano a distanza di anni, Journey the videogame rimane comunque il primo esempio in assoluto di videogioco ispirato a una star musicale, e anche il primo esempio di uso di grafica digitalizzata in bianco e nero. Michael Jackson con Moonwalker arriverà solo sei anni più tardi.

LA MACCHINA FOTOGRAFICA PROGETTATA DA RALPH BEAR

Ok, non mi sembra che ci sia nessuno qui in Atariteca che abbia bisogno di farsi spiegare chi era Ralph Bear, giusto? Almeno quelli della mia età dovrebbero andare tranquilli continuando con l’ascolto, mentre per gli altri c’è sempre una bella pagina su Wikipedia inglese.

All’inizio degli anni ’80, il buon Ralph, antesignano come soltanto lui sapeva essere, si mise a pensare a quello che accadeva tutti i giorni nelle sale giochi d’America, e capì che una buona parte della frenesia che pervadeva il tipico giocatore era dovuta, sì, al desiderio di migliorarsi battendo un record, ma anche alla successiva possibilità di scrivere le proprie iniziali nella tabella dei punteggi più alti. Il suo nome sarebbe rimasto lì tutto il giorno, come monito per gli altri aspiranti recordman e celebrazione della sua grande abilità. Questo almeno fino a quando, al termine della giornata, il proprietario del locale non avesse spento la macchina, cancellando la tabella e spazzando via tutto il bello del vivere e tutti i sacrifici fatti per esserci stati scritti sopra.

Big Fun

Ralph Baer entrò nuovamente nella storia dei videogiochi con la sua idea per migliorare le tabelle dei record nei giochi arcade. Con solo tre caratteri a disposizione e nient’altro, il giocatore non aveva grandi capacità di identificazione, no? Bene. La soluzione di Baer era semplice: montare una fotocamera sul cabinato per scattare una foto digitale a bassa risoluzione al giocatore, e collegare il volto a punteggio e iniziali nella tabella dei record.
Figata.
Bear già si immaginava le orde di giocatori che se ne andavano in giro per la città entrando in tutte le sale giochi al fine di immortalare le proprie facce nelle tabelle di più cabinati possibile. L’idea sembrava buona e di sicuro avrebbe portato un aumento dei guadagni. Bally Midway volle crederci fortissimamente decidendo di fare subito un test sul campo.

Credici Fortissimo

Per vedere cosa sarebbe successo, una fotocamera prototipo costruita da Baer venne piazzata sopra un cabinato in una sala giochi di Chicago, e infatti qualcosa successe.
Bastarono solo due giorni di test per mettere a fuoco la questione, e fu essenzialmente come consegnare un bazooka nelle mani di un babbuino. Il primo giorno di test andò bene, con i giocatori che si facevano immortalare e lasciavano le loro iniziali accanto alla propria faccia nella tabella. Il secondo giorno, però, un genio decise di fare un balzo indietro nella scala evolutiva quando, salito su una sedia e calatisi i pantaloni, volle provare a farsi immortalare le terga. Ovviamente certe finezze non vengono mai ignorate da quelle divinità cinesi che provvedono a riempire l’inferno di uomini morti in maniera idiota. Il tipo cadde dalla sedia e picchiò violentemente la testa. Alla luce di quanto accaduto e del fatto che le sale giochi erano sempre frequentate dalla creme de la creme, Bally Midway smantellò in fretta e furia la macchina fotografica, ridimensionò i suoi propositi imprenditoriali, e disse a Bear che la sua grande idea aveva avuto un incidente all’incrocio con l’umanità stessa, risultando di fatto impraticabile.


Ma sempre per quel vecchio discorso degli dei capricciosi, il fato, le parche, e tutte quelle cose lì, stranamente la storia della macchina fotografica digitale di Baer non finì quel giorno.
Anche se non poteva essere affidata alle masse, Bally Midway ripensò proprio a quel gingillo un paio di anni più tardi, quando progettò il videogioco dei Journey, e convocò Ralph per coinvolgerlo nel nuovo progetto. Pensando che il modo migliore per catturare le somiglianze dei membri della band sarebbe stato fotografarli e inserirli digitalmente nel gioco, Baer con la sua macchina fotografica era l’uomo giusto al momento giusto. Così, nel 1983, i volti ghignanti in bianco e nero dei membri dei Journey fecero il loro debutto digitale in un videogioco omonimo contribuendo al progresso tecnologico delle macchine coin-op.


Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arrivo su un cargo battente bandiera liberiana e mi installo nella cultura pop anni 80/90. Atariano della prima ora, tutte le notti guardo le stelle e aspetto che arrivino gli UFO.

5 Replies to “Non smettere di crederci : La pazza storia del videogioco dei JOURNEY”

  1. Ste84

    Fantastico, questa del gioco dei Journey me l’ero persa! Se fossi stato un ragazzetto dell’epoca mi ci sarei fiondato visto che Frontiers è uno dei miei album anniottanteschi preferiti. Invece sono arrivato più tardi e il mio gioco-musica dell’infanzia è stato Michael Jackson’s Moonwalker del Sega Mega Drive che giocavo a casa di un amico (facendomi ardentemente desiderare quella console) e ovviamente ci sembrava il gioco più ganzo di tutti i tempi.

    • Simone Guidi

      No, ma guarda che anch’io mi sono perso il gioco dei Journey, sai? Facendo un rapido calcolo, al tempo avrò avuto sì e no 11/12 anni ed ero in fissa (come tutta Italia, del resto) con robetta leggera tipo Gazebo, Righeira e le varie MIXAGE che uscivano con cadenza stagionale (una d’estate e una d’inverno). Cultura musicale ai minimi termini, quindi. Ero agli albori. La musica PROG era una cosa incredibilmente sofisticata per le mie giovani trombe d’eustachio, e anche se i Journey raggiunsero la popolarità con quei due album che di PROG non avevano quasi più niente, erano ancora fuori dal mio radar.
      Intanto guarda se ti ricordi queste:

      • Ste84

        Non me le ricordavo le mixage in effetti, io che sono della generazione di 10 anni dopo sono “cresciuto” con le compilation festivalbar, di quelle dal ’95 al ’99 non me ne sono persa una… poi per fortuna è arrivato l’heavy metal a salvarmi e in un attimo ho (ri)trovato me stesso, niente più compilation improbabili e altra robaccia alla moda ma band sgangherata con gli amici, capelli lunghi e Tennent’s doppio malto da un litro come fosse acqua di sorgente! Bei tempi! 😀

  2. Starfox Mulder

    Mi trovo sempre con malcelata nostalgia a perdermi nei dolci ricordi d’un tempo ormai passato ogni volta che qualcuno ricorda quel episodio in cui tentai di mostrare alla fotocamera del cabinato il lato migliore di me. Grazie Simo, certi scorci di vita sono sempre una gioia da rimembrare.

    • Simone Guidi

      E ci credo! Avevi scolato una bottiglia di sambuca ed eri ubriaco marcio. Mettici pure la botta in testa ed è normale che tu non ricordi niente. Meno male che ci sono io a tenere viva la memoria. 😉

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