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DON BLUTH – Prospettiva Lasergame

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Quando Don Bluth decide di lasciare Disney, è un po’ un salto nel vuoto. L’unica cosa ci cui è convintissimo è che se Walt Disney fosse ancora vivo, probabilmente avrebbe approvato la sua scelta. Insieme a Gary Goldman, John Pomeroy e a un gruppo di 11 animatori abbastanza incoscienti da rinunciare a uno stipendio sicuro, trasforma il garage di casa in uno studio di animazione improvvisato e, chiaramente, essendo un garage, il quartier generale della futura rivoluzione è poco più di un’officina con matite, tavoli da disegno e un entusiasmo talmente fuori scala da compensare la cronica mancanza di denaro.
Stanno completando il cortometraggio “Banjo il gattino ribelle” che avevano già cominciato quando tutti erano ancora in Disney, ma contemporaneamente un gruppo di loro si dedica all’adattamento del romanzo “La signora Frisby e i topi di NIMH“, convinti di avere tra le mani una storia perfetta per riportare l’animazione ai livelli artistici dei classici Disney. La casa di Bluth diventa rapidamente un accampamento creativo: gli animatori occupano ogni stanza disponibile, mangiano insieme, lavorano fino a notte fonda e spesso finiscono per addormentarsi direttamente sulle scrivanie. Persino la cuoca di casa, Irene, entrerà inconsapevolmente nella storia del film.
Dopo mesi di lavoro, il gruppo riesce finalmente a trasferirsi in una vera sede, un edificio soprannominato lo “Swiss Chalet”. È un lusso relativo: il budget rimane ridottissimo, ma almeno ora esiste uno spazio in cui far lavorare una sessantina di persone. Sessanta artisti, appunto, chiamati a realizzare un lungometraggio animato quando gli studios tradizionali ne impiegavano centinaia. È una scommessa che sfiora l’incoscienza, ma proprio quell’ingenuità diventa la loro forza. Nessuno di loro vuole semplicemente fare un buon film; vogliono dimostrare che l’animazione tradizionale può ancora competere con Disney sul suo stesso terreno.
Nel frattempo, dall’altra parte della barricata, la Disney attraversa un periodo complicato. “Red & Toby – Nemiciamici” accumula ritardi su ritardi, i dirigenti litigano sulla direzione artistica del film e l’esodo degli animatori rende evidente una crisi più profonda. È lì che Bluth capisce che lui e i suoi colleghi non sono stati la causa del declino dello studio, semmai ne sono stati una delle conseguenze.

 

Quando finalmente “Brisby e il segreto di NIMH” arriva nelle sale ( in fase di doppiaggio il nome Frisby viene cambiato in Brisby per problemi di diritti ), la critica lo accoglie con entusiasmo ma gli incassi, ahimè, quelli raccontano una storia diversa. La distribuzione viene compromessa dalla vendita della United Artists alla MGM la quale decide di investire pochissimo nella promozione, così, senza pubblicità e con un numero limitato di copie distribuite, il pubblico semplicemente non si accorge della sua esistenza. Come se non bastasse, nell’estate del 1982 arriva anche “E.T.”, destinato a monopolizzare completamente i cinema per quasi un anno.
Anni dopo, Bluth scoprirà che in quel periodo in Disney organizzavano riunioni quasi quotidiane per discutere come contrastare il suo studio. Una rivelazione che, più che spaventarlo, gli conferma di essere riuscito a diventare un concorrente credibile.
Nel tentativo di attirare l’attenzione dei media, viene assunta una pubblicista che decide di trasformare Don Bluth stesso in un personaggio mediatico. Durante una conferenza all’UCLA lo nasconde addirittura in uno sgabuzzino pieno di scope e detersivi fino al momento del suo ingresso in sala, spiegandogli che bisogna creare mistero intorno alla sua figura. Quando gli chiedono perché abbia lasciato la Disney, Bluth risponde semplicemente: «Perché Walt aveva già lasciato la Disney». È una frase che funziona e conquista immediatamente il pubblico.

 

 

La fortuna, però, continua a latitare. Il giorno scelto per una grande festa promozionale dedicata al film coincide con l’attentato al presidente Ronald Reagan. Tutti i giornalisti abbandonano immediatamente l’evento per seguire la notizia, lasciando animatori e buffet completamente soli nel parcheggio dello studio.
Il fallimento commerciale del film getta Bluth in una profonda crisi personale. Convinto di aver trascurato i propri doveri religiosi, decide di pagare alla sua chiesa gli arretrati della decima utilizzando tutti i risparmi rimasti sul suo conto. Una settimana dopo riceve, per errore, un assegno della Writers Guild esattamente dello stesso importo. Religioso com’è, Don considera quell’episodio come un segno, una conferma della propria fede. L’errore verrà corretto soltanto un anno più tardi, quando l’associazione gli chiederà di restituire il denaro.

Intanto inizia il 1983, per Don Bluth e la sua compagnia la prima finestra aperta sul futuro si chiama James Matsuo, un tipo che entra nello studio annunciando di avere abbastanza oro nascosto in Svizzera da finanziare ben dieci film! L’aspetto dell’uomo, però, suggerisce una lieve discrepanza tra quello che dice e quello che appare essere davvero. Scarpe consumate, giacca malmessa, Cadillac che sembra reduce da un demolition derby. Però Bluth, che ha già conosciuto milionari vestiti come benzinai e benzinai vestiti da milionari, sceglie di non giudicare, perché lui, in fondo, è buono, è un uomo di chiesa. Magari questo James è davvero un eccentrico finanziatore. Magari per lui il lusso è una condizione spirituale!
L’uomo ascolta i progetti dello studio, stringe le mani con gravità quasi biblica e pronuncia il classico “tornerò”. Dopo il primo appuntamento, a Hollywood questa frase ha più varianti di significato. Si parte dal più confidenziale “ci sentiamo”, ma può significare anche “domani”, “tra due anni”, oppure “mai”. Nel suo caso significa qualcosa di ancora più creativo ma ne parleremo dopo.
Nel frattempo arriva la seconda occasione per il futuro, e questa non è un tizio con un’auto malridotta ma bensì Steven Spielberg in persona! Tutto nasce grazie al compositore Jerry Goldsmith, che avendo fatto le musiche de “Il segreto di NIMH” che mostra il film ad un amico. Quell’amico non è niente popòdimeno che Steven Spielberg che ne rimane folgorato e vuole conoscere gli autori. Quando Bluth lo viene a sapere, l’effetto emotivo su di lui è simile a ricevere una telefonata in cui ti informano che Michelangelo vorrebbe passare a vedere come dipingi.
Lo studio entra in modalità panico organizzato. Si pulisce tutto, ci si veste bene, tutto deve essere a posto. Spielberg arriva guidando una Porsche, vestito come se fosse appena tornato dalle vacanze alle Hawaii e dopo i complimenti reciproci, chiede quanto sia costato fare “Il segreto di NIMH”. Quando sente che il film è stato realizzato negli Stati Uniti con solo nove milioni di dollari, gli brillano gli occhi. Poi arriva la fatidica domanda: « Ma per caso vi interessa fare un film insieme a me? » Bluth vorrebbe rispondere immediatamente di sì, ma il cervello e la lingua decidono di scioperare. Per fortuna c’è lì Gary Goldman a salvare la situazione e rispondere al posto suo. Spielberg promette di cercare la storia perfetta e di rifarsi vivo.
L’unico piccolo dettaglio è che quel “mi rifarò vivo” significherà quasi due anni d’attesa. Una lezione che Hollywood impartisce gratuitamente a chiunque abbia ancora fiducia nel calendario gregoriano.
Come se non bastasse, compare anche un certo Rick Dyer con un’idea che sembra provenire da un futuro distantissimo vissuto su un pianeta super tecnologico: un videogioco animato su laserdisc. Oggi sembra normale, ma nel 1983 spiegare il concetto di lasergame equivale più o meno a cercare di convincere qualcuno che un giorno guarderà tranquillamente un film sul suo telefono mentre aspetta l’autobus.
Il progetto si chiama Dragon’s Lair. Il protagonista è un cavaliere che attraversa un castello pieno di trappole per salvare la principessa Daphne dal drago Singe. Se il giocatore preme il comando al momento giusto, Dirk sopravvive. Se sbaglia, muore. E muore spesso, però in modo divertente, così il giocatore paga altri cinquanta centesimi per riprovarci. È praticamente una masterclass su come monetizzare la sofferenza.
L’idea entusiasma Bluth, anche se nessuno sa bene da dove potrebbero arrivare i soldi per finanziarla. Alla domanda sui finanziatori, Dyer diventa improvvisamente evasivo. In sostanza dice: «Vi pagheremo, tranquilli. Voi non fate domande.» È una proposta che normalmente verrebbe scartata a priori ( la probabilità di lavorare gratis è troppo alta) ma la situazione economica dello studio è tale che rifiutarla sarebbe ancor più pericoloso.
Nel frattempo ritorna anche James Matsuo, il finanziatore dell’oro svizzero. «Finalmente», pensa Bluth, «con lui i soldi non saranno un problema! Aveva detto di avere un sacco d’oro!». Invece l’uomo spiega sottovoce che il problema è semplicemente recuperarli quei lingotti, perché sono sepolti sotto la pista di un aeroporto svizzero. A quel punto anche l’ottimismo più coriaceo e la fede più profonda non riescono più a fare niente. Bluth accompagna gentilmente il visitatore alla macchina mantenendo un sorriso professionale per poi salutarlo per sempre. Poi, con calma, si incammina verso il suo ufficio; forse è il caso di dare un colpo di telefono a Rick Dyer.


Simone Guidi

Uomo di mare, scribacchino, padre. Arrivo su un cargo battente bandiera liberiana e mi installo nella cultura pop anni 80/90. Atariano della prima ora, tutte le notti guardo le stelle e aspetto che arrivino gli UFO.